giovedì, 10 settembre 2009

L'altra notte ho sognato che moriva mia madre. Credo sia la prima volta che faccio un sogno del genere. Moriva ed io ero lì a scuoterla. Poi, semplicemente, ne constatavo la morte.

Credo che questo autunno, come tutti porti dietro di sè pensieri malinconici, come quando ti risvegli il primo giorno di scuola, o di lavoro, dopo che hai finito le vacanze.

Ho una terribile paura, quella di trovarmi davanti a situazioni che non so affrontare. Di non essere all’altezza, di non essere pronto. Di non essere quello che vorrei essere

Non penso al futuro. Mi spaventa pensare al futuro. Non voglio angosciarmi pensando al futuro. Ma le cose sono ben lungi da aver trovato tutte una sistemazione al proprio posto. Questo sì, lo sento nell’aria ogni volta che apro la finestra al mattino.

A volte mi sento così, con una irrefrenabile voglia di parlare. Ma senza, dico senza avere, assolutamente - niente - da - dire.

C’è qualcosa di strano nell’aria. Il sapore del caffelatte la mattina non è più lo stesso. Stlivi si alza prima e dimentica di mettere su il caffè anche per me. E per tre mattine di fila ha dimenticato, uscendo, la luce della sua stanza accesa.

Maledico dio di avermi fatto troppo intelligente.

 

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categoria:milano non è la verità
mercoledì, 29 luglio 2009
Mi sono addormentato mentre Stlivi cercava i voli per Budapest. Mi sono addormentato mentre mi parlava. Una scena cult oserei dire. Un cult abbastanza frequente, aggiungerei. Sono stanco oltremodo e oltremisura. Non ho più voglia di niente e di nessuno. Solo dormire, dentro una boccia di gelatina conservante. Non ho più forza per rispondere, per dichiarare i miei stati d’animo, nemmeno per manifestare i miei sentimenti. Nemmeno per mettere in fila le parole nel modo e nel verso giusto. Figuriamoci per cercare la via per Budapest, figuriamoci…
Ah, nella boccia potrei avere almeno un paio di cuffie con della buona musica? E non svegliatemi fino a settembre…
Dopo tante parole, tante discussioni, del tempo (poco ma buono) speso insieme, adesso silenzio. Perché come dici tu, anche io ho finito le parole capaci. Le ho finite un sabato pomeriggio mentre ero in giro per Milano, mentre pensavo a te e mentre pensavo disperatamente a qualcosa per il tuo compleanno. Improvvisamente e nonostante tutta l’aria condizionata, ho avuto caldo in viso. E le braccia mi tremavano. E il respiro si è fatto più affannato per qualche istante. Ed io ero lì, davanti alla lettera “O” del reparto Pop Rock della Feltrinelli con il telefonino in mano. Ed avevo improvvisamente finito le parole…
Tornare a casa. “E’ stato come tornare a casa” mi hai detto. Maledetta te che non scrivi più. Perché era il tuo cazzo di modo di scrivere che mi piaceva tanto. Tornare a casa è la sintesi perfetta di questa domenica. Che non è che ce lo voglia mettere io il distacco, ma è che ormai mi viene così.  Non c’è più niente di quello che c’era tra noi perché cadono i presupposti per i quali c’era quello che c’era, ovvero noi stessi. Perché alla fine oggi io non sono più io e neanche tu sei più tu. Comunque è bello rivederti ed è bello pure ricordare, come si ricorda la festa delle medie o il primo bacio (non il nostro, il primo primo). È bello rivedersi senza rimpianti (perché io non ne ho più) e ricordarsi anche che siamo stati speciali. Ma sinceramente è bello anche sapere che il mal di stomaco non ce l’ho più e che sono pure immune a tutti i tuoi racconti (che solo a sentirli un anno fa penso che sarei morto). Tutto ordinario insomma, proprio come tornare a casa. Bello, ma senza brividi. Ma bello. Perché se c’è qualcosa che tra me e te deve rimanere per sempre, adesso ho deciso che sarà qualcosa di bello.
Abbiamo vinto ma a me non pare neanche vero! Lo so che non è Woodstock né Italia Wave, ma abbiamo vinto. E a me comunque non pare vero. C’è un sacco di gente che fa casino e qualcuno mi ha messo addosso uno striscione. E a me non pare vero. In questo momento sono altro da me, voglio solo andare a letto ed abbracciare stretto la mia donna… Abbiamo vinto! Credo che me lo ricorderò per molto tempo questo compleanno, ma adesso voglio solo la mia donna…
Ripenso ogni tanto alle estati recenti più belle della mia vita. Alla Grecia, senza la quale non avrei mai iniziato a scrivere questo blog. Al mare di Calafuria l’anno scorso. A quella mezza giornata persa lungo la walkpath tra Greystone e Bray, da solo davanti al mare dell’Irlanda e alle passeggiate fino a Booterstown per andare a prendere Giulia. Al 10 agosto del 2004 durante un festival di artisti di strada a Marina di Andrano, giorno in cui conobbi una straordinaria ragazza tedesca. Alle foto sul treno per Camogli insieme a Lara e Silke. All’ultima notte su un letto per quattro in mezzo al corridoio di una scuola elementare nel profondo SuddItalia. Ai vialetti pieni di sole e di verde del Lido di Venezia e alle improbabili compilation della Manu sparate in cuffia. All’amore in mezzo al vento e al rumore del mare…
Non è possibile avere tutto sotto controllo. Figuriamoci le vite altrui. A volte è necessaria una buona dose di coraggio e un po’ di mal di stomaco per affrontare una relazione a distanza. E un sovradosaggio di fiducia da assumere direttamente in vena perché faccia effetto immediato. Il coraggio perché bisogna essere dei pazzi per avere una relazione a distanza. Il mal di stomaco è inevitabile quando ogni sera chiudi gli occhi senza l’altra persona accanto, ma fanculo va bene lo stesso. La fiducia per immaginare che l’altro nel momento in cui chiudete gli occhi, sta dormendo da solo.
Sono con la ragazza tedesca straordinaria di cui sopra, in un bar sulle rive dell’Elba. Siamo entrati qui per aspettare gli altri. Fuori fa troppo freddo. Seduti ad un tavolo, qui in una soleggiata ma fredda mattina di gennaio ci raccontiamo le nostre vicende a partire dall’ultima volta in cui ci eravamo visti, a Genova, qualche anno prima. E quanto ci sia di simmetrico in esse. Nell’amarezza e nelle insicurezze che ci hanno lasciato. Credo sia il momento più intimo che vivo con lei. Più intimo del contatto fisico che c’è stato tra noi. Credo sia la prima volta in cui parliamo. Di noi.
Qualche mese dopo, nel luglio dello stesso anno scoprirò che la ragazza tedesca ha un fidanzato nuovo ed è felice. E allora sarò felice anche io, perché la ragazza tedesca mi piace immaginarla così, col sorriso sulle labbra e la felicità addosso.
Domenica ho visto in televisione un’inquadratura dello Zodiaco. Il belvedere di Roma, quello su Monte Mario, quello dove vanno tutte le coppie, quello con quell’orrendo cartello “Vialetto degli Innamorati”. Ho ricordato di quando c’ero stato anche io, non perché ero innamorato e non con la mia ragazza. C’ero andato con un’amica di scuola. Ed avevamo riso tanto coglionando i fidanzatini e i fidanzatoni che erano lì con noi. “Vialetto degli Innamorati” ci faceva piegare in due dalle risate, più che altro perché eravamo finiti lì per caso e perché sapevamo di essere l’unica coppia fuori luogo della serata. Ridevamo tanto io ed Antonella. Ma quella sera è l’unica che ricordo ancora lucidamente.
La vita (pausa) è come la tesi… bisogna semplificare (pausa) bisogna semplificare e poi man mano si complicano le cose…
(N.d.A. questo pensiero non è mio, un pavadigma che ho rubato giorni fa…)
Ieri sera non sono riuscito a contare quante volte Giancarlo Giannini apostrofa Mariangela Melato con l’affettuoso nomignolo di “Bottana Indusssciale” nel film Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto.
Non immagino come o perché questa signora o signorina dell’Est sia arrivata qui in Italia. Mi chiede informazioni sulla direzione del bus ed io Le rispondo che la 90 verso piazzale Susa deve prenderla da quel lato, dall’altra parte della strada. Sull’autobus al guardo bene, senza riuscire a definirne precisamente l’età. Senz’altro ha uno sguardo fiero, che a me non so come pare tipico delle donne dell’est. In realtà pare che conosca bene la zona perché sa perfettamente dove scendere. Anche se scende una fermata dopo Piazzale Susa. Mah, dico io. Continuo a guardare il suo sguardo fiero e il suo rossetto leggero dal colore rosa pallido, mentre la vedo allontanarsi dal finestrino del bus che riprende la corsa…
...
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categoria:piccoli pensieri stupidi
martedì, 21 luglio 2009
Essì che il blog sarà passato di moda. E non so perché ma tutti quelli che avevo conosciuto qui si sono più o meno persi. O semplicemente, spero, avranno qualcosa di meglio da fare. Perché alla fine dopo aver cazzeggiato per un po’,  aver scritto per un po’, ognuno torna al migliore dei passatempi, che è la vita vera, quella vissuta. Dove le persone quando gli parli le guardi negli occhi, dove le sfighe vere sono vere non virtuali, dove ti ci vuole un anno per riprenderti per una storia che finisce ed una notte per realizzare che ne comincia un’altra.
Ecco mi piace pensare a tutte queste persone belle belle impegnate a vivere la loro vita tranquilla e/o incasinata. Qualcuna di loro a dire il vero la vive anche con me questa vita. Qualcun’altra invece non la vive più con me. Qualcuna dorme da mesi. Qualcuna (una, una sola eh) dorme con me (*ciao manu*). Qualcuna ha chiuso per sempre (con il blog, non con la vita).
E io? Io sono ancora qui perché non sono mai stato qui per moda. E sopravvivo nonostante gli abbandoni e la gente che ho perso per strada. E nonostante anche io sia discretamente impegnato a vivere, a lavorare, ad amare, a suonare e sognare sempre un futuro altro da quello che metto su insieme giorno per giorno. Perché un blog è un blog, la vita è la vita ed i sogni sono i sogni. E almeno quelli lasciatemeli…
È fine luglio. Sono stanco. O forse penso già ad altro.
Ma sono ancora qui…
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giovedì, 21 maggio 2009
Un libro blu di un autore medico sconosciuto che parla di bambini, di tutto quello che uno deve fare quando ha un bambino durante il primo anno di vita. Una copia vecchissima di Amica dove c’era una modella, nuda, che mi piaceva un sacco. Un disco di Lucio Dalla, Tango, Morena che suona il suo violino ed è felice. L’album di figurine del WWF. Batman visto quel 3 dicembre dell’89 mentre mia madre in ospedale partoriva mio fratello. Bianca e Bernie. Gosh, my first book of English, with the best pictures I’ve ever seen. I giornaletti porno abbandonati nel parco. Walking in my shoes dei Depeche Mode. Psychopatia Sexualis di Miguel Angel Martin. Bella di Giorno con un’impareggiabile Moana Pozzi. Quattro Amici di David Trueba, I libri illustrati di Richard Scarry. Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni. Il tabaccaio di Alvaro de Campos. La moda del lento dei Baustelle. Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick. Welcome Little Red Spring di Uma Z. Kenntler. La notte, ancora Antonioni. Tre passi verso Genova di Lucrezio R. Dell’Impero delle Tenebre de Il Teatro degli Orrori. Aspettando Godot, rappresentato dalla compagnia teatrale Quelli di Grock il 15 giugno 2004. 1984 di George Orwell. Il quarto racconto di una trilogia di Lucrezio R. Cinque libri di Andrea G. Pinketts, letti nell’estate più triste della mia vita. A Night at the Opera dei Queen. Greve dei Vatnajokull. Film Blu, Film Bianco e Film Rosso di Krzysztof Kieslowsky. Fear of the Blank Planet dei Porcupine Tree. Finzioni di Jorge Louis Borges. Il vile dei Marlene Kuntz. Il Cantico dei Cantici, autore sconosciuto. Cantica del Lupo di Giuseppe Semeraro, nell’estate del 2004. Almost blue di Alex Infascelli. Destroy di Isabella Santacroce. Antichrist Superstar di Marilyn Manson. Arte di ascoltare e mondi possibili di Marianella Sclavi. Le conseguenze dell’amore di Paolo Sorrentino. Tutto su mia madre di Pedro Almodovar. Much against everyone’s advice dei Soulwax. Aelita di Aleksej Tolstoj, una copia mai letta nell’estate del 2004. Provaci ancora Johnny di Fabrizio Bentivoglio. Robespierre degli Offlaga Disco Pax. Il catalogo della Biennale di Architettura di Venezia del 2001. Cronaca di un disamore di Ivan Cotroneo.
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lunedì, 20 aprile 2009
Mi piace pensarla così. Che questo sia il prezzo da pagare. Da pagare per la tua assenza.
Mi piace pensare che se non dormo la notte non dormi anche tu. E che se non dormiamo è perché stiamo male esattamente per lo stesso motivo.
E pensare che non è solo lo spirito a soffrire, ma che anche il corpo. Anche il corpo sta male perché non ci sei. Mi piace pensare che quattro giorni di mal di testa non vengono per caso. Che un dolore ad una gamba cominciato così a poco a poco da quando sono andato via e che perdura da allora, neanche. E che il mio mal di schiena è sincronico con le tue mestruazioni.
Mi piace pensare che se rientro alle due e mezza di notte e ti mando un sms e me ne arriva simultaneamente uno da te, nell'esatto istante in cui schiaccio “send” , allora questa non è una casualità ma una cosa che ha dell'incredibile.
Mi piace pensare che esistono cordoni ombelicali. Fili invisibili che ci legano. Che forse erano sempre lì e aspettavano di essere tirati. Per capire che da qualche parte quei sottili fili rossi, rossi come il vino, o come le mestruazioni (che bella parola mestruazioni),  portavano a qualcun altro che neanche sapevamo ci fosse.
Ma che ora c’è.
Cazzo se c'è.
C'è. Amen.
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categoria:che cossè lamor
lunedì, 23 marzo 2009

Non siamo qui per sbaglio. Non lo siamo stati.

Le cose che forse tutti e due avevamo immaginato sono accadute. E non per sbaglio. Perché quando uno ha una dote allora prima o poi quella dote deve giocarsela. Se poi quella dote ce la si ha in due allora tenerla per sé diventa una perversione. E infatti in un modo o nell’altro, chi per un verso chi per l’altro, noi quella dote che non potevamo tenere per noi stessi ce la siamo regalata a vicenda.

E allora quello che avevamo immaginato stavolta ce lo siamo detti. Senza intermezzi, perché gli intermezzi eravamo noi. E senza paura dei fronzoli perché sapevamo che i fronzoli sarebbero stato solo il preludio a qualcos'altro

E questa primavera, la nostra fottuta primavera ha i colori caldi di uno spritz, e la stessa luce delle cinque e un quarto che si vede fuori dalla tua finestra. E la stessa sfacciataggine, la stessa che ha tutto quello che adesso abbiamo avuto il coraggio, la voglia, il tempo, la pazienza, la passione di fare accadere davvero.

Leccarti le lacrime direttamente dagli occhi prima che arrivassero sul viso è stata la cosa più bella.

Non sentire il tuo odore, semplicemente perché il tuo odore è il mio, non sentire la tua bocca semplicemente perché la tua bocca è la mia,  è stata la rivelazione più intensa di questa fottuta primavera, che è nostra anche quella, perché ci abbiamo sguazzato dentro in due.

Senza sapere cosa fossero le misure

Perché noi due le misure non dobbiamo più prenderle

Ce ne fottiamo anche di quelle.

Anzi, ci fottiamo anche quelle.

Chissenefrega ma chere, io stasera brindo alla nostra primavera.

Uva Z. Kenntler "I miss you, little red spring" pag.3

 

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categoria:uma z kenntler
martedì, 24 febbraio 2009

"Se un giorno ci incontreremo ti parlerò di quanto è stato difficile.
Nella peggiore delle ipotesi potremmo sederci a mangiare castagne e bere un vino rosso che si attacca al bicchiere sopra una scogliera."

Ti prego di perdonarmi se ogni tanto leggo ancora. Ti prego.

Ma ecco, quelle parole, proprio quelle non riesco a scordarle. No non ci riesco.

Anche se non sono più misteriose come quando le avevo lette la prima volta, come un tempo. Anche se il tempo invece di appianare le cose e di sistemare tutto, come sostenevi, ci ha solo riportato alle nostre vite precedenti.

Le nostre vite precedenti, non ricordavo fossero così tristi. No non tristi, ma non so, mi viene in mente qualcosa come incompiute. O sospese.

Dovrei smettere di leggerle quelle parole.

Dovrei riprendere la mia vita da dove l'avevo lasciata due anni fa.

Dovrei smetterla di pensare a nostra figlia, perchè io e te non avremo mai una figlia.

Anche se, nonostante tutto, tu, proprio tu, sarai sempre sua madre.

 

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categoria:che cossè lamor
giovedì, 29 gennaio 2009
Nononono Mari non voglio dire che non ammetto che ci sia un punto di non ritorno… quello che voglio dire è che alla fine la cosa che mi turba è l’assenza di intimità dopo tanta presunta intimità. E prendo atto vivaddio che è quell’intimità che voglio. La figa non mi interessa, è troppo inflazionata. L’intimità invece è una cosa ancora rara. Oh chiariamoci Mari, con questo non intendo dire che non mi piace più scopare eh…
Vedi alla fine su tutto cala una sorta di, uhm, revisionismo storico. Percui una cosa che era sembrata terribile alla fine parli con un sacco di gente e scopri che una cosa che ti era successa tanto tempo prima e che ti aveva fatto stare malissimo era una cazzata pazzesca. E magari poi col tempo esce pure fuori che avevi torto. Insomma va bene il revisionismo storico ma penserò sempre che certe cose non me le merito. Ecco, ad esempio la mancanza di sincerità, io, in tutta franchezza, non me la merito!
Oh dai raccontami di Dublino, com’è stata dopo che sono partito?...
La Sardegna? Guarda io non ho più parole per la Sardegna. Poi quell’estate è stata stupenda. Poi quando una che ti conosce appena da dieci giorni ti chiede di andare in vacanza con lei, allora che fai? Cos’altro c’è da dire? Niente. Con lei è come se avessi già diviso tutto. Incredibile, no? Ogni quanto si incontrano persone così?
No Sandro tanto io lo so che il freno a mano non lo metto. Non ce la faccio. Non ce l’ho nei geni. La vita la devi vivere senza freno a mano. Coi sentimenti poi, che te lo dico a fare… Magari fai dieci volte la stessa curva e vai a schiantarti. E te fai più o meno male. Però magari capita almeno una volta che la curva la prendi pulita pulita e in velocità. E allora, dico allora, godi il triplo…
E poi non mi pare sia il momento giusto. Già Federica, non ho testa. Non mi va. Non mi va. Disimpegno.
Ma lo sai che dopo quei giorni ho deciso che qualcosa di selvaggio doveva rimanermi dentro. Qualcosa del paesaggio o qualcosa di come eravamo stati. Ecco proprio liberi. O forse era qualcosa che doveva rimanermi fuori. Sì, qualcosa che spuntava fuori.  Allora ho deciso che iniziavo a farmi crescere la barba.
Guarda suoniamo il 7, il 27, che palle sta storia delle date che si confermano da sole e altrettanto velocemente si eliminano, io non ci capisco più niente. Poi ce mancavano pure le due lesbiche del cazzo che se la tirano. Ma che cazzo, manco fossero chissacchì…
C’era ‘sto sogno in cui sapevo che i nazisti sarebbero venuti a prenderci. Li vedevo per strada e sapevo cosa sarebbe accaduto dopo. Però entravo in un negozio per comprare un paio di jeans. Così, dovevo proprio comprarli ‘sti jeans. Sì un paio di jeans per Dachau
Ecco diciamo che è il potenziale che mi colpisce. Io e lei siamo terribilmente affini, ma terribilmente sfasati. Non so, sta cosa mi disorienta. Ma ho una terribile voglia di lei.
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categoria:piccoli pensieri stupidi
lunedì, 26 gennaio 2009
Ecco, sì c’era un sacco di freddo in piazza del Duomo ed io pensavo che dovevo fare in fretta. Che avevo fatto aspettare una ragazza sotto un lampione perché avevo provato almeno quattro taglie di pantaloni modello slim fit che in realtà sembravano calzamaglie. Niente, ho le cosce troppo grosse per portare degli slim fit. E anche un filino di pancetta.
 
Sono un finto magro.
 
E quella ragazza aveva sempre qualcosa di diverso nello sguardo. Qualcosa che non riesco mai a fissare. Ma no, non perché non la guardo, perché quello sguardo cambia sempre. Io lo ricordo perfettamente quello sguardo, ma poi quando la rivedo (dopo mesi e mesi di solito) quello sguardo, quello stesso sguardo ha sempre qualcosa di diverso. Qualcosa che la volta precedente (mesi e mesi addietro di solito) non ero riuscito a catturare. Sì catturare. Poi ho pensato che forse questo era il motivo per cui mi piacciono le foto. Mi piace fare le foto. Perché catturano loro al posto mio. E io devo solo fare clic e non catturare. E loro catturano per me.
 
Poi ecco che di colpo, cioè dopo qualche fermata di metropolitana, quella ragazza era nel mio mondo. Ma non ci trovavo niente di strano. Cioè per me era così naturale che fosse lì che praticamente ci mancava poco che la perdessi per strada tanto camminavo veloce. Che lei la strada di casa mia non la sapeva. Ma io non so perché credevo di sì.
Insomma sì era nel mio mondo, cioè era lì che toccava le mie cose che annusava l’aria che sbirciava in mezzo ai miei dischi e che guardava fuori dalla finestra dove guardo io ogni mattina.
 
E poi è successo che eravamo in giro sul tram, sì uno di quelli vecchi del 1927, che abbiamo dovuto rincorrerlo perché gli orari sul tabellone erano sbagliati, e allora di corsa ma non troppo perché con le Clarks ai piedi non puoi correre quando la strada è bagnata e poi perché la sua gonna le scivolava giù. E faceva freddo. Ma a me non importava perché pensavo che forse stavo riuscendo a non fare troppa fuffa. Oddio, le frasi a volte mi uscivano sconnesse ma ero concentratissimo e cercavo di non perdermi via tra i mie pensieri perché sapevo che non avevo molto tempo. Perché sapevo che non sarebbe rimasta molto. E anche a cena cercavo di restare concentrato che alla fine alla fine mi si è chiuso nonsocome lo stomaco che ad un certo punto non ho mangiato più niente. Ed ho lasciato metà pizza nel piatto. Di solito però ho un grande appetito.
 
Sono un finto magro.
 
E lei continuava a dire che non riusciva ad essere spontanea, o non so qualcosa del tipo che non riusciva ad essere spontanea, ah l’ho già detto, sì insomma che non le veniva spontaneo qualcosa che non ricordo bene cosa ma che a me in fondo in fondo dispiaceva un po’ perché io pensavo di non aver fatto niente perché lei si sentisse così. Ed io invece, a me pareva che tutto fosse così naturale che continuavo ad attraversare gli incroci come se lei sapesse già la direzione ed invece era lì dietro di me che non sapeva dove andare.
 
Accade, è naturale, quando si va in un posto per la prima volta.
 
Che poi alla fine noi si è addirittura finiti a letto. Oh, beh intendevo dire nel letto. Perché io di letto ne ho uno solo. Dai ora non è il caso di essere malizioso, io ho una terribile voglia di essere malizioso ma non so qualcuno deve avermi disegnato non malizioso, ma non c’è da esserlo in effetti perché io, cioè noi alla fine non è successo niente dentro quel letto perché non è che ora tutte le volte che uno va a letto, cioè nel letto, con una deve per forza accadere qualcosa.
Sarà che non sono malizioso.
Sarà che non mi piacciono le meduse.
Sarà che non voglio rubare più niente.
Sarà che quando bacio una donna sono troppo delicato.
Checcazzo ne so che sarà.
Ah, sarà che non ho consapevolezza.
 
Ecco mi ricordo che alla fine lei mi toccava la pancia. E mi diceva, sì cazzo che ridere, mi diceva che ero morbido ovunque. Ed io ero contento perché ecco quella era una delle cose sulla quale eravamo d’accordo.
 
Sono un finto magro.
 
Ah e poi c'era ‘sta cosa del suo seno. Oh vabbè vai a capire perché a noi uomini piace tanto il seno. Ecco, nel sogno sognavo il suo seno. Ma ecco quello non me lo ricordo. Cioè io lo so com’è fatto perché l’ho toccato, ma non l’ho mai visto. Non l’ho mai visto, e se l’ho fatto, l’ho fatto per sbaglio. Cioè tipo che devo essermi voltato mentre lei si vestiva e non dovevo farlo. Non so a me pareva tanto naturale ma non era così percui mi sono girato di nuovo e il fotogramma del suo seno l’ho cancellato. Non me lo ricordo. E se mi sforzo di ricordarlo, mi pare di rubare. Mi pare di averlo rubato quel seno controluce. E a me non piace rubare. Percui ecco, non me lo ricordo…
 
L’ultima cosa che ricordo è lei che sorride e stringe la lingua in mezzo ai denti. Questo sì che lo ricordo. Lo ricordo bene. Come per sostenere con quella espressione una piccola scemenza detta poco prima. Sì insomma come quando alzi le spalle per dire “beh è così”
 
ecco, lei che sorride ad occhi chiusi
 
Non ricordo il suo odore perché non aveva odore.
O forse, non me l’ha lasciato.
O forse, non potevo rubare neanche quello.
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lunedì, 05 gennaio 2009
Volevo una corazza per sopravvivere alla vita. Volevo.
Volevo perché credo sia inutile.
Perchè le emozioni, quelle belle davvero, non riesci a contenerle fuori. Entrano dentro e basta. E fanculo la corazza.
Perché dicono che sono nevrotico, sensibile, che non riesco a stare senza prendermi cura di qualcuno, che sono un rompicoglioni e che voglio fare tremila cose senza farne una.
 
Ecco volevo una corazza per sopravvivere anche alle definizioni di me stesso.
 
Ma poi, stamattina, erano le 6 e la sveglia suonava.
E tutte quelle definizioni tornavano a dirmi che io sono così e che non cambio più.
Ed io non ci riuscivo a smettere di stringerti i fianchi.
Non riuscivo a lasciare l’odore dei tuoi capelli
Non volevo smettere di accarezzarti le gambe
E di stare lì impacchettato insieme a te
 
E mi sentivo pure un po’ coglione per questo
O forse mi sentivo me stesso
.
Stamattina erano le 6. Ed io non volevo andare via
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venerdì, 28 novembre 2008
Ogni volta che suoniamo male usciamo dalla sala in silenzio, senza dire nulla. Ogni volta che non riusciamo a sentire i suoni, ogni volta che sbagliamo troppo, ogni volta che siamo stanchi. Usciamo in silenzio e rimaniamo in silenzio per tutto il viaggio in macchina tornando a casa.
Ogni volta mi sento in colpa perché più mi sforzo di voler prendere tutto alla leggera, più mi incazzo se qualcosa non torna. E allora ad un certo punto non parlo più,scendo dal’auto tirando su il bavero del cappotto e cerco le chiavi del portone di casa nella tasca…
Vorrei che questo duemila e otto finisca presto. Non me ne frega un cazzo del Natale. Sto contando i giorni per iniziare a dimenticare quest’anno. Non credo di volerlo ricordare per sempre quest’anno, nonostante Dublino, nonostante il ritorno in sala di registrazione… Ha ragione la Manu (non quella di Bim Bum Bam, no un’altra…) bisogna eliminare i chissà, ricominciare daccapo. Senza aspettative. E per quanto la prospettiva possa essere triste, bisogna farlo da soli…
Mancano due settimane al nostro primo concerto a Milano. Poi di corsa verso sud e un altro concerto a Bari. Poi un altro ancora… Poi Natale, poi la fine di questo cazzo di anno a nord, sotto il cielo della ex DDR…
Credo di riuscire a sopravvivere.
Sopravvivere, perché la vita vera l’ho scordata da un pezzo.
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martedì, 25 novembre 2008
...
Ciao
Ciao, hai novità?
No
Ah era solo per un saluto… ma sei ancora in studio? Cazzo è quasi mezzanotte...
Sono incazzato nero…io al concerto ci arriverò arrabbiato, molto arrabbiato.
Eh, sapessi io…
Tu non hai idea, a parte N. adesso ci si mette anche E.
Sei troppo buono amico mio. Lascia perdere tutto. E Sali su quel palco incazzato nero, così come ci salirò io. Incazzato nero. Perché oggi sono due anni, perché questo anno di merda deve finire prima o poi.
Dai vado a casa...
Senti, facciamo così. Una dedica prima dell’ultima canzone. Una dedica di 5 minuti. Pubblica. Davanti a tutti. Alle nostre 3 lesbiche, e a tutte le altre, non lesbiche ma...non so come definirle. Ecco alle nostre donne indefinite. In fondo senza di loro su quel palco non ci saremmo mai saliti…
Ahaha gli fischieranno le orecchie…
Guarda, sabato ho comprato un paio di effetti per chitarra che se non gli fischiano le orecchie gliele faccio sanguinare io…vattene a casa va…buonanotte
A domani…
...
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lunedì, 17 novembre 2008

Sarebbe un lunedì come un altro, questo lunedì.

Un lunedì dopo la domenica, dopo un sabato a Venezia con un sole della madonna e con due occhi intonati ad una sciarpetta verde smeraldo.

Insomma un lunedì dopo una domenica col raffreddore passata in casa a sfornare pagnottelle buone buone coi semini di sesamo.

Ecco, sarebbe un lunedì come un altro...se non fosse che scendendo le scale di casa, proprio all'ingresso del portone, incontro un sorriso bellissimo. Una ragazza, che sicuramente non mi conosce, mi guarda e fa un sorriso grandioso. E io sorrido pure e le dico "buongiorno", ma così, anche senza conoscerla.

Sarebbe un lunedì qualunque, se non avessi incontrato quella ragazza. E anche se l'avessi incontrata e se lei fosse stata una qualunque. Ma questo non è un lunedì come un altro. ed evidentemente perchè lei non era una qualunque...

Cinque minuti dopo, per strada, realizzo che avevo appena incontrato la Manu, quella Manu, proprio lei, quella di Bim Bum Bam. Sotto il portone di casa mia. Aveva i capelli biondi ed era anche un pò invecchiata a dire il vero. Ma il sorriso, quello no, era sempre lo stesso. Lo stesso dei miei pomeriggi d'infanzia. dalle 16 alle 18. 

Ci sono persone che portano con sè qualcosa che rimane magico. Sempre.

E ci sono lunedì che per queste piccole stronzate diventano lunedì fuori dal comune...

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categoria:milano non è la verità
martedì, 30 settembre 2008

Uhm, no a dire il vero non mi sono accorto neanche che è finito settembre. Vedi, lunedì scorso  sono arrivato a lavoro, ho acceso il computer e l'ho spento perchè mi sono accorto che in realtà era arrivato il venerdì.

"tutto ok, tutto ok, c'è la gueeerra, ma è tutto ok!"

Ho ancora i crampi allo stomaco. Non come queli di novembre del duemilasei, si intende. Cristo crampi brutti. Ferite aperte e morfina nel sangue. Ah mooorfiiinaaa. Il fatto che non mi accorgo del passare dei giorni è uno stupido effetto collaterale. Il fatto di sentirmi completamente vuoto non importa. Devo capire se il mio ego si è suicidato o forse l'ho lasciato a parma..parma ho detto parma? parma, boh sì hodettoparma... e non sono ancora andato a riprenderlo. Cazzo la morfinaaa.

"baaaaambina mia, dio mio, quanto mi manchi..."

senti come suona, è proprio bravo quel tipo lì, ah la morfinaaaa, ah ci sei ancora, il mio ego dev'essere chiuso per ferie. Io gliel'avevo detto di prendersi un anno sabbatico e andare a studiare l'Inglese in Irlanda ma lui si è preso tre settimane di pioggia  ed è tornato indietro più stronzo di prima...

"sarebbe un sogno se, ma così bello che, NON CI CREDO!"

è arrivato l'autunno...ma perchè c'è mai stata l'estate?
Dio mio fate qualcosa, non posso vederlo così.

Dove sta la verità in tutta questa storia? Dimmelo dai...
Sai come finirà, te lo dico io. Scoprirò che s'è sposata o magari no no meglio questa: scoprirò che è incinta. E non me l'avrà detto lei. Cioè se uno lo fa una volta perchè non due, tre, cento, mille...Devo trovare gli antidoti, o un mezzo di trasporto per essere più lontano possibile, più lontano possibile
...

"lontano, lontaano, loooooontano"


Accadrà primaoppoi accadrà. Voglio essere lontano.
Perchè vorrei dire me ne fotto, ma tanto lo so che non me ne fotto.
Non me me fotto, no non me ne fotto.

Me ne fotto.


"ma non impooorta, non è per queeeesto che ti chiamo, volevo diiirti, volevo dirti ti amo..."


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categoria:uma z kenntler
giovedì, 18 settembre 2008

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categoria:the irish sessions
venerdì, 12 settembre 2008
Stato dell’arte: Ho perso il dono dell’autocoscienza.
Non so più chi sono e a dire il vero non sembro molto preoccupato.
Ci fumo solo un po’ su.
Ma d'altronde, questo è l’anno del detachement, non dell’autocoscienza. E io a fare detachement e autocoscienza insieme non sono capace. E poi, neanche mi va.
Con questo non voglio dire che aspetto che le cose mi piovano in testa. Semplicemente non mi sbatto più affinché ALCUNE cose accadano.
Che quando ero profondo allora non andava bene che ero profondo e quando ero troppo serioso pareva di prendersi troppo sul serio.
Voglio il dono della superficialità.
Oddio, non che mi sia addica del tutto, ma voglio almeno scegliere, a volte, di essere superficiale.
Voglio il mio diritto ad essere banale, sciocco, sboccato e cazzo, superficiale.
Note a margine: Ecco, però tutto ciò proprio non mi riesce in almeno un paio di casi:
UNO:
quando parlo seriamente, e faccia a faccia, con le persone.
DUE:
quando guardo le suddette persone da dietro l’obiettivo della mia macchina fotografica. E mi piace proprio guardarle. Le persone. Le persone giuste. Guardare le persone, non la loro carne. Senza bisogno di nascondersi. Ecco, il fatto è piuttosto che se le persone non amano farsi fotografare allora hanno loro qualcosa da nascondere. E chi non aveva niente da nascondere guardacaso ha rotto gli indugi dopo tre millisecondi netti. Ecco, è questo il fatto. Ma questo non è un altro post, è piuttosto un libro intero. Il libro che forse, un giorno, scriverò…
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lunedì, 01 settembre 2008
È facile dimenticarsi delle sigarette fumate almeno quanto ci si dimentica degli sms inviati. E con stupore apprendo che ho mandato ben 32 sms durante le tre settimane a Dublino, ma per quanto mi sforzi di ricordare, a parte qualche messaggio inviato a mio fratello, gli auguri di compleanno a Pamela e ovviamente i messaggi inviati a Giulia, non riesco a venire a capo di tutti gli altri destinatari. Non riesco.
E le sigarette, quelle neanche. Devo averne fumate più di quante riesca a ricordarmi, tanto che se potessi averle registrate tutte non so dove e scorrerle velocemente nella testa, rimarrei stupefatto alla stessa maniera.
E allora ricordo la prima, una Marlboro light fumata a 13 anni insieme a Davide, appena dopo aver comprato il mio primo disco. “Songs of Faith and Devotion” dei Depeche Mode. Era il millenovecentonovantadue. E quelle Rosse per tutta quell’estate insieme a Sara, che non ho più visto ma che mi piace ricordare per il mal di stomaco che mi faceva venire (Sara, non le sigarette). Poi ad un certo punto molti anni dopo devo aver iniziato a fumare quelle rollate, perché sono decisamente più buone e forse pure un po’ più bohemienne. Ecco, ricordo i chili di Golden Virginia insieme a Sandro e ad Emiliano in questi ultimi anni tra Bolzano, Roma e Milano. Ma il Golden Virginia alla vaniglia che fumavo in Grecia, ecco, quello non l’ho più trovato. Ma d'altronde non ci sarà più un’estate come quella del 2006. Non ci sarà più un anno come il 2006. E allora ho continuato a fumare ogni tanto un po’ svogliato, più per noia che per vizio, forse un po’ per piacere.
Le sigarette fumate nella vecchia casa di Via buschi a Milano.
Quelle a Venezia alle 21.23 in stazione e all’una di notte aspettando un piatto di pasta fatta al volo.
Quelle a Parma, tante, ma tante di fila. E non per noia. Forse per Dolore. Ma il dolore non è mai andato via buttando le cicche.
Quelle a Dublino. Guardando il mare la sera. Guardando il mare della baia di Howth.
Ah, un sms, inviato quella stessa sera. a Giulia. Le dicevo che aveva perso un tramonto magnifico e una buona occasione per fare qualche foto.
Le sigarette, dunque, le sigarette. L’ultima sera a Dublino appena sceso dal treno in Tara Street. E Giulia che non sapeva che fumassi. Eh Giulia, che di qualcosa si deve pur morire ma non di dolore…
Le sigarette, per le strade deserte di Baldoyle...a due passi dal mare. Anni luce da me stesso, forse.
Gli sms, quelli li ho persi tutti. Insieme al mio vecchio telefonino lasciato su un bus andando a Cork.
Ne avevo conservati molti, da quel novembre del 2006. Non li riavrò indietro mai più.
Ma daltonde, non ci sarà più un altro 2006.
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giovedì, 17 luglio 2008
Costruire un suono da zero, comprare dei pedali, un amplificatore nuovo e passare le ore, i giorni forse, per trovare un suono che ti appartiene è una cosa per cui devi avere pazienza e passione. Difficile ma comunque affascinante. Ma tanto non c’è fretta perché adesso hai anche una stanza tutta tua per marcirci dentro fino a che quel suono non uscirà, fino a che dentro quel suono non ci sarà un pezzo di te.
Ma tutto ciò passa assolutamente in secondo piano quando sai perfettamente che questo è il piano B. è il piano B che ti ha riservato il destino. Che CI ha riservato il destino. Perché da adesso in poi per tutti e due sarà tutto un piano B. Sarà solo una scelta alternativa. Perché quando si dice “se ci fossimo incontrati in altre circostanze” allora significa che se qualcosa non ha funzionato non è per colpa nostra, ma per colpa  del destino… e che allora per sopravvivere dobbiamo inventarci alternative dove il rumore dell’amplificatore coprirà sempre quella stessa frase che ci siamo detti tenendoci per mano (che io non avevo neanche il coraggio di guardarti negli occhi)…e così non so per quanto.
Sei bella e lo sarai per sempre. La bionda più bella del mondo. E te l’ho detto che c’avevi il magone. E allora sono rimasto a dirtelo con gli occhi fino a quando non ho visto il treno partire. Perché a me piace restare fino a quando il treno inizia a muoversi. È come scavare dentro le ferite ma tanto il dolore dopo un po’ non lo senti più perché ne hai già sentito tanto. E poi tanto a casa c’è una maledetta chitarra che ti aspetta. E quel suono non ti farà più pensare a quanto abbiamo perso contro il destino, alla mia debolezza e alla tua fragilità.
E quelle DUE maledette parole che volevo dirti, perché sì ti guardavo come se volessi dirti qualcosa, non come se volessi chiederti qualcosa, quelle DUE maledette parole non te le ho dette ( e non te le dico da tempo) non perché non le senta più dentro di me, ma solo perché alla fine provo come un senso di vergogna. Come quando dici qualcosa ed hai la sensazione di aver detto una cazzata mostruosa. E non perché la cosa in sé sia una cazzata, ma solo ed esclusivamente perché la cosa sembra essere detta terribilmente fuori luogo.
Ecco, mi sento fuori luogo. E c’ho il magone anche io quando ti vedo andare via…
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martedì, 08 luglio 2008

Premessa: odio citare blog di altri ma questo pezzetto trafugato dal web dal blog di uno sconosciuto (l'ho pescato tra gli amici della La Muscia) mi piaceva proprio. ed esprime esattamente quello che penso io.

Puntualizzazione: ora, non starò qui a raccontarvi quanto Splinder abbia giovato o no sulla costruzione delle mie personali fortune e sfortune, ma questo nè qualsiasi altra piattaforma virtuale saranno mai il mio sostituto della vita reale percui:

cari signori, ci vediamo nella vita vera! E vaffanculo Splinder, msn, feisbuc e tutte ste cagate...ho un numero di telefono, un' indirizzo di casa e due gambe ancora buone per raggiungervi, se lo volete...sennò...beh...vaffanculo e basta!

da un post del 7 giugno 2008 intitolato "59.000.000 di coglioni"

Facebook non mi piace. Il suo slogan è: “un servizio sociale per rimanere in contatto con le persone intorno a te”. Ma un attimo. Perché mai dovrebbe servirmi un computer per conoscere delle persone? Perché le mie relazioni dovrebbero passare attraverso le invenzioni di un gruppo di nerd californiani? Cosa c’è che non va nei pub? E poi è proprio vero che Facebook mette in contatto la gente? Non è che in realtà ci scollega gli uni dagli altri? Che invece di fare cose divertenti come parlare, mangiare, ballare e bere con gli amici, pensiamo solo a mandarci messaggi sgrammaticati e foto buffe?
Un mio amico ha passato un sabato sera in casa da solo: è stato tutto il tempo su Facebook. Che tristezza. Altro che metterci in contatto: Facebook ci isola. Inoltre fa leva su una specie di vanità e di autocompiacimento. Pubblicando una mia foto particolarmente bella con l’elenco dei miei prodotti preferiti, posso costruirmi un’immagine artificiale per avere in cambio sesso o semplicemente approvazione. “Mi piace Facebook”, mi ha detto un amico. “Una volta ho pure rimediato una scopata”. È un sito che incoraggia una competitività inquietante. Oggi sembra che nell’amicizia non conti la qualità, ma solo la quantità: più amici hai, meglio stai.
Mi sento molto solo nella mia battaglia. Facebook ha 59 milioni di utenti. Cinquantanove milioni di coglioni.

E spegneteli ogni tanto sti cazzo di computer, scendete in strada. Solo lì è la vita vera. Altrimenti di questo passo, quando vi sembrerà di avere davanti una persona interessante dal vivo, non saprete più come comportarvi. Non avendo una tastiera tra le mani rimarrete in silenzio. E riuscirete unicamente a mettervi in posa. Come se gli occhi di chi vi sta di fronte non fossero occhi, ma obiettivi fotografici
postato da: totopio alle ore 17:21 | Permalink | commenti (1)
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venerdì, 04 luglio 2008
 
No allora Tonio io dico che dovremmo trovare un suono nostro, cioè entrare in un negozio e provare chessò quattro cinque ampli con quattro cinque distorsori. E poi…
E poi?
Beh?
???
Tonio si gira e capisce perché non parlo più. Dice: Ma vabbè dai non è che puoi guardare così tutte le donne che incontri… Pacatamente, rispondo: Tonio, ci sono almeno tremila modi diversi di guardare una donna. Ecco ne ho appena visto una per cui non capisci più un cazzo per almeno quindici secondi. Ma guardala. Ti sembra che abbia sex appeal? Io dico di no. Eppure, ho avuto quindici esatti secondi di buio totale…
***
Stamattina mentre uscivo di sfuggita dalla metropolitana ho rivisto la donna di cui sopra.
***
Ma chi cazzo ha mai detto che non voglio pagare! Non credo di aver mai affermato di volere sconti o addirittura una cosa gratuita. Ma cazzo, non fatemi prima i conti in tasca e ditemi quanto c’è da pagare. Lo decido io dopo, se posso pagare o no!
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Non è possibile non avere entusiasmo o trasporto nelle cose. Non è possibile. Le cose vanno prese al volo quando arrivano. E se una cosa è bella allora la si fa con entusiasmo. Io suono con entusiasmo, io ho amato con entusiasmo e addirittura ho perso del tempo con alcune persone. Ma sempre con entusiasmo. Ora, non rompetemi il cazzo se non vi piace suonare o se non c’avete voglia. O se da tre mesi mi parlate con POCO entusiasmo della persona con cui avete diviso il letto. C’avete i tarli in testa.
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I ritmi di una relazione, di qualunque natura essa sia, si scelgono in due. E va bene, si sfasa proprio perché i ritmi sono diversi, come le esigenze, il modo di approcciarsi e bla bla bla tutte quelle robe lì. Ma cazzo odio l’incoscienza di chi rompe i maroni a me senza sapere che prima ancora che glieli rompessi io, li aveva, forse inconsapevolmente rotti lui!
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Andare a scuola di inglese e conversare amabilmente (ma amabilmente un cazzo) con altri italiani in inglese è deprimente. Soprattutto se gli altri hanno almeno 20 anni più di te e si ostinano a dire “uhm, come si dice?”… Fuckin’ idiot, tell it in ingliiiiiiisccch, I said tell it in FUCKIN’ INGLISCCCHHHH!!!...mi verrebbe da rispondere. Cioè almeno sforzatevi di dire “ how can I say?..” che non so manco se è corretto ma almeno non è “uhm, come si dice?”…
***
Parto. Per Dublino. L’aereo farà scalo a Praga. La vedrò solo dal finestrino. Poi Dublino. E una Lonely Planet da mangiare per prendersi tutto il meglio dell’Irlanda in 3 settimane!
***
E attaccheremo il mare a Livorno. E pagheremo pure l’euro in più per la piscina del campeggio. Perché il nostro unico modo per essere signori è questo. Non il lusso ma i piccoli dettagli. Non letti caldi e morbidi ma le nostre tende… Se le useremo poi. Perché come hai detto tu una volta, il miglior tetto è un cielo pieno di stelle. E i migliori amici sono quelli che non senti mai, ma che resistono come nessun altro, al trascorrere del tempo.
***
Ti ho vista l’ultima volta due settimane fa. Era diverso e lo sentivo ad un miglio che era diverso. Non c’era passione, non amore nell’aria. Ma in quell’aria c’eri tu. E tutti i piccoli momenti semplici che ho diviso con te portavano addosso il tuo odore. Ecco, quell’aria non sapeva di niente, ma sapeva di te!!!...
Mi manchi tanto piccola stronza...
 
postato da: totopio alle ore 19:04 | Permalink | commenti (1)
categoria:piccoli pensieri stupidi